Immortalare l’idea di bellezza: il lavoro di quattro celebri fotografi

Immortalare l’idea di bellezza: il lavoro di quattro celebri fotografi

L’idea di bellezza vista attraverso gli occhi di quattro tra i più famosi fotografi di moda del Ventesimo secolo, tra tecnica e innovazione, tra provocazione ed emozione.

Helmut Newton, quando l’idea di bellezza diventa gusto per la provocazione

“Bisogna sempre essere all’altezza della propria cattiva reputazione”

Per alcuni è un genio, per altri un misogino le cui fotografie hanno oltrepassato i limiti dell’accettabilità. La sua celebrità nel mondo della fotografia arrivò negli anni Sessanta, quando iniziò a introdurre nei suoi scatti di moda elementi di voyeurismo, sado-masochismo e omosessualità. Fu subito scandalo. Ma del resto Newton era ben consapevole dei giudizi controversi rivolti verso se stesso e la sua opera, tanto da giocarci con quell’immagine da cattivo ragazzo: le donne sono riprese in pose provocanti esprimendo in ogni scatto una forte tensione erotica.

Nel 1974 uscì il suo libro, l’ennesima provocazione: “White Women”. All’accusa di razzismo rispose semplicemente “Ma quale razzismo, è un bellissimo titolo, tantopiù che non c’è neanche una donna nera in tutto il volume…”. Le sue modelle, infatti, erano il prototipo di donna ideale degli anni Ottanta, incorniciate negli scenari che più riflettevano l’ossessione dell’artista.

Se al tempo molti hanno ritenuto il suo lavoro degradante per la dignità della donna, oggi non sembra più così trasgressiva, quello che prima era politicamente scorretto oggi è porno-chic. Del resto, Helmut aveva capito perfettamente che più le sue opere erano ambigue, più riuscivano a disorientare l’osservatore, più sarebbero rimaste nella sua memoria. Di fatto è così: le sue foto sono impossibili da ignorare, dal soggetto all’attenta composizione, dalla provocazione all’attenzione quasi maniacale per le luci, restano nella testa facendo chiedere anche a noi se è un genio o un uomo che ha oltrepassato l’accettabilità.

Irving Penn, colui che ha cambiato la percezione di cosa sia la bellezza

“Fotografare una torta può essere arte

È conosciuto per essere colui che più di ogni altro ha lasciato un segno indelebile nella storia della fotografia di moda. Nonostante ciò, considerarlo solo un “fotografo di moda” potrebbe essere riduttivo: Irving è stato un vero e proprio artista interessato a tutte le forme di espressione dell’arte.

Dopo aver studiato arte e grafica, esercitandosi nel disegno e nella pittura, viene inserito dal suo mentore, Alexey Brodovitch, come disegnatore e grafico per Harper’s Bazaar, nota rivista di moda e fotografia. Insoddisfatto del proprio lavoro partì per il Messico dove si cimentò con la fotografia e la pittura ma, anche questa volta, restò insoddisfatto della strada percorsa. Tornò in patria l’anno seguente, approdando a New York dove trovò impiego nella rivista di moda Vogue. A far parte del suo lavoro però non fu subito la moda. In poco tempo si ritrovò a sbarcare con gli Alleati a Napoli, nelle operazioni che avrebbero portato alla resa dell’Italia nel secondo conflitto mondiale e, successivamente in India. La macchina fotografica sempre al collo, mentre affiancava nuovamente le forze militari.

Dopo il suo ritorno a New York, all’inizio degli anni Cinquanta, una volta conquistata la sufficiente indipendenza economica e notorietà, apre il suo studio. Qui, oltre al lavoro nel campo della moda, inizia a fotografare tutto quello che cattura la sua attenzione, spaziando dai nudi agli oggetti e personaggi della vita quotidiana.

Nel 1967 lascia lo studio, costruendo una tenda/studio fotografico portatile abbastanza leggero da poter essere portato ovunque. È con questo espediente che si dedica alla fotografia etnografica, un mix di moda e cultura, dove il loro sfondo non è più una tela bianca ma il loro habitat. ​

Questo interesse cresce fino al culminare nella seconda metà degli anni Settanta dove i suoi scatti si contraddistinguono per i soggetti, “resti abbandonati del quotidiano”, e nature morte.

​​Il lavoro che ne consegue diventa così un collage di ritratti, moda, nudi, insegni, guerra, persone comuni, tutte accomunate da un’unica cosa, uno stile sempre coerente con se stesso. Le forme sono importanti, ma ancor più lo sono i contorni netti e taglienti che fanno emergere il soggetto dal fondale. Luci e ombre creano contorni sfumati, ma sufficientemente evidenti per delineare l’immagine, donarle tridimensionalità, permettendo all’osservatore di ammirarne i dettagli, le texture dei materiali e la consistenza degli oggetti.

Peter Lindbergh, l’idea di bellezza tra intimità e imperfezione

“Ho bisogno di tempo per scattare una foto, è costruita gradualmente. Per me le immagini sono più interessanti quando c’è intimità”

Celebre per i suoi iconici ritratti in bianco e nero delle top model più famose del mondo come Naomi Campbell, Cindy Crawford e Kate Moss, giusto per citane alcune, Lindbergh è riuscito con la sua idea di fotografia ad influenzare nel tempo tutto il mondo della moda.

La sua carriera è iniziata negli anni Settanta, dopo aver concluso i suoi studi artistici, lavorando per importanti riviste come Vogue, Vanity Fair e Harper’s Bazaar, ed è poi proseguita, distinguendosi sempre più, attraverso dei semplici scatti in bianco e nero, fatti di pose spontanee e di visi struccati. L’idea era quella di raccontare persone, non un ideale di bellezza arricchito di finzioni e stereotipi. Semplice però era solo l’idea dei suoi scatti che, invece, miravano a raccontare una storia, cercando di immortalare tutti i segni dovuti alla vita e all’esperienza, perché questo era per lui il giusto modo per “liberare le donne dalla dittatura della perfezione e della giovinezza”.

Per lui la “fotografia di moda” non doveva implicava necessariamente rappresentare solo la moda in senso stretto, perché la fotografia è un qualcosa di molto più ampio che fa parte della cultura contemporanea. Per lui uno scatto era un espediente per raccontare le persone, la loro vita, le loro sofferenze, una storia vera e non per forza “visibile”. Non a caso, di fronte all’obiettivo di Lindbergh, ogni donna diventava più di sé, esprimendo intimità ed emozioni profonde, dando vita a una fotografia iconica fatta di minimalismo ed eleganza.

Richard Avedon, l’uomo che ha reinventato l’immagine della fotografia di moda

“Una foto è una frase, magari un paragrafo ma non può essere un capitolo”

Uomo dal carattere forte, definito da Irving Penn “un sismografo”, vibrava di energia e di quella stessa energia riempiva gli altri. È stato l’uomo giusto al posto, fortunato, appassionato per la fotografia di moda in un momento in cui entrambe le arti erano al loro massimo splendore, affascinante nei modi ma al tempo stesso bisognoso di dominare e controllare, un prodigio con l’ossessione per l’eccellenza e una grande saggezza del quotidiano.

Le sue fotografie immortalano e rivelano, nell’estrema semplicità delle scene, fondo bianco e senza props, sempre un dettaglio emozionale, la complessità dell’anima e dell’esistenza stessa.

Poi la svolta nel 1963, con la perdita dell’adorata sorella minore, sua prima modella. Inizia a viaggiare e a scoprire mondi meno patinati, segue le manifestazioni per i diritti civili, fotografa i reduci di guerra e tutto ciò che rappresenta l’amica tra disagio e fermento.

Poi le fotografie degli ospiti in una clinica psichiatrica: l’uomo fortunato lascia spazio a fratello distrutto, che immortala momenti struggenti comunicando il senso di impotenza per non essere stato in grado di salvare sua sorella, spirata dopo una diagnosi di schizofrenia in uno dei diversi istituti in cui era stata ricoverata.

La sua carriera proseguì tra ritratti, reportage e fotografie di moda. La sua energia si trasformò in arrestabilità: nessun compromesso, neanche quando litigò con gli editori perché voleva imporre modelle dalla pelle nera sulle copertine in tempi in cui non si parlava di inclusione e tanto meno di politicamente corretto. Passò da un giornale all’altro, da Harper’s Bazaar a Vogue, da Egoiste al New Yorker. Concluse la sua vita esattamente come l’aveva iniziata: realizzando un portfolio intitolato “democracy” sulle elezioni statunitensi che si sarebbero svolte da lì a un mese. L’uomo giusto al momento giusto.

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